PensieriSlovacchia

Ero in Slovacchia e poi sono arrivati gli imprevisti

A vector illustration of the concept of a businessman slipped on a banana skin

Per chi non sapesse la storia, la faccio breve, siamo partiti a fine agosto per gestire un ostello in Slovacchia. La situazione sembrava carina, anche se il fatto di non avere una stanza propria un po faceva storcere il naso. Avremmo passato sei mesi in cui bisognava continuamente spostarsi da una stanza all’altra.
Alla fine però avevamo trovato un compromesso con noi stessi e neanche spostarsi sembrava poi così male. A parte le prime litigate tra di noi, quelle classiche da coppia che avvengono nel momento in cui la privacy totale viene a mancare, ci piaceva tutto, eravamo riusciti a dare, con olio di gomito, una bella pulita all’ambiente, dentro e fuori.

Avevamo imparato il sistema, la fatturazione e tutto quello che all’inizio poteva essere un punto di domanda. Avevamo iniziato a conoscere alcune persone del luogo, i locali, e avere addirittura già i nostri posti preferiti. Ci eravamo dati degli orari, perché lavorare 24 ore al giorno tutti e due era follia. E li stavamo rispettando.
Poi sono arrivati gli imprevisti, che ci sono sempre, in ogni viaggio e arrivano quando meno te l’aspetti, come quella volta che abbiamo perso la barca in Thailandia o abbiamo trovato il capo rubare il cibo di tutti in Nuova Zelanda o quando abbiamo perso uno zaino in Vietnam.

A vector illustration of the concept of a businessman slipped on a banana skin

Ci sono volte che gli imprevisti li puoi aggirare, altre che invece gli puoi e gli vuoi dare le spalle e andartene. Puoi fare delle scelte, e a me piace un sacco questa parte, perché mi sento completamente proprietaria della mia vita. Posso scendere a compromessi, ma so già che quando una cosa comincia a puzzare, anche aprire le finestre serve a poco.

Questa volta ero partita con un idea diversa dal solito viaggio, questa volta sarebbe stata un esperienza differente. Essendo una persona abbastanza competitiva mi ero ripromessa che avrei fatto di tutto per migliorare l’ostello sia visivamente che monetariamente. Questo era il gioco, un traguardo da raggiungere, perché altrimenti, senza, poteva solo essere la noia. Sei mesi mi sembrava un buon periodo, o ce la facevo o fallivo e a me non piace molto fallire. Siamo partiti a mille.

Il primo vero imprevisto è arrivato il primo giorno. E già sentivo la positività che mi urlava nelle orecchie.
All’arrivo abbiamo trovato un’ostello davvero sporco perché il gestore di prima se ne curava molto poco e tra una cosa e un altra ci abbiamo messo almeno una ventina di giorni tra pulizie, check in e lezioni al pc, per poter permettere di sentirci come a casa e avere del tempo per noi.

Avevo un sacco di idee per l’ostello in cui non vedevo l’ora di buttarmici. Me l’ero studiata proprio bene, mi ero informata sulla gestione di altri ostelli e avevo cercato di capire cosa andava di più e cosa non andava.

Seguivamo i social, creavamo un rapporto di intesa con gli ospiti, reale, niente leccate di culo, tutto sempre pulito e in ordine, sempre al top, la zona spazzatura era finalmente minuta e a posto, non sembrava più una discarica e tutto già sembrava più ospitale, anche se il contorno esterno lasciava sempre un gran punto di domanda, ma ci avremmo lavorato.

Claudio aveva iniziato un videodiario di viaggio slovacco. La puntata 001 riprendeva il nostro viaggio perso la meta. La puntata 002 sarebbe dovuta essere l’arrivo in ostello, avrebbe mostrato l’ostello, le camere e da li sarebbe partita una serie di puntate dall’ostello. Sarebbe stata una buona pubblicità. La puntata 002 non è mai riuscita neanche a essere registrata.
Perché quando finalmente l’editing della puntata 001 era finito abbiamo iniziato ad avere i veri imprevisti.

Non eravamo li per i soldi, perché per quelli ne avremmo fatti di più se fossimo stati a casa, eravamo li perché volevamo farlo davvero e con tutto l’impegno che potevamo metterci. Quel posto lo sentivamo a tutti gli effetti nostro e in tal modo volevamo trattarlo.
Un mese se n’era già andato, ne rimanevano poco meno di 5.

Immaginate che entrate in affitto in una casa, sporca, e quando finite di sistemarla il proprietario entra, si siede sul vostro divano e non se ne va più. Quello è il divano su cui vi rilassavate a fine giornata, quella è la stanza in cui lavoravate in cui ci state tutto il giorno. E quando è l’ora di mangiare dovete mangiare tutti insieme e quando è l ora di chiudere, non potete chiudere perché lui è li e magari lo trovate addormentato li al mattino quando tornate e inizia a parlarvi quando l ultima cosa che vuoi fare è parlare.

E allora non è più una casa tua, è una convivenza forzata perché non hai più neanche quel poco di privacy quando ti lasci cadere dietro la scrivania e inizi a lavorare al pc. E da una parte ti spiace perché è anche una persona buona e simpatica, dall’altra non te ne frega un cazzo e vorresti solo essere lasciato in pace per un pomeriggio.
Poi gli imprevisti si sono trasformati in tragedia quando hanno deciso di costruire stanze e bagni con l’ostello aperto, con la gente che arrivava a fare i check in, la colazione, o camminava in una sala sporca di polvere di mattoni. Io lavavo i miei piatti prima di mangiare, e dopo aver mangiato. La polvere era dappertutto e io non potevo gestire più niente, non potevo chiudere, potevo solo vivere in quella stanza mentre mi bucavano il soffitto. Le macchine fotografiche sono state incelofanate e nascoste, noi ci spostavamo da una stanza sporca a un altra, mi svegliavo al mattino e sul mio pc nero si vedeva nettamente la polvere bianca. Respiravo merda. Ma perché?
Non erano questi i piani. Non era questa la gestione che pensavo. Gestione poi, di quale gestione stavamo parlando? Non avevo più neanche la gestione della mia vita, non potevo più neanche permettermi di sedermi sul divano a guardare un film con la porta chiusa e nessuno in stanza. Non avevo la gestione del mio tempo, non avevo più ritmo, ne potere. Non avevo la gestione di niente, ne sulle decisioni dell’ostello, ne tantomeno su quello che riguardava il mio benessere psicofisico. Ma neanche su quello che volevo e potevo mangiare. Ero diventata a tutti gli effetti un dipendente, o un volontario pagato, un qualcosa insomma che non volevo proprio essere.

E anche se in due mesi questa cosa sarebbe finita, e anche se tutto, con fatica, sarebbe tornato alla normalità, non era più quello che volevo. La positività e la voglia di fare se ne erano andati, non sarebbero più bastati 3 mesi per il mio progetto personale. Sarebbe stato un fallimento e siccome già lo era, levarsi di torno e buttarsi su un altro progetto mi è sembrata la cosa migliore.
Me ne sono andata. Ho abbandonato. Non volevo subirlo. Ho girato le spalle all’imprevisto e ho sperato di trovare qualcosa di meglio dall’altra parte.

Gli imprevisti arrivano, ti si sbattono in faccia, e di solito succede sempre quando tutto sta andando a gonfie vele.

E ora avanti con il nuovo progetto!

Valentina
Innamorata dell'Australia e della Thailandia. Allergica alla frutta secca e intollerante a tante altre cose come alle persone maleducate. Mi piace viaggiare per lunghi periodi, con il volontariato o qualche lavoro a breve termine. Scrivo per ricordarmi le cose che faccio perchè ho una memoria orribile.

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