Cambogia

Phnom Penh – Museo del genocidio Tuol Sleng (S-21)

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Questa mattina avevo pianificato di andare a visitare l’ S-21, la scuola convertita in prigione durante il periodo dei Khmer Rossi ed ora museo del genocidio. Sono indeciso. Per qualche ragione non sono convinto, mi sembra sbagliato fare di una cosa del genere un attrazione turistica ma in realtà è giusto, giusto ricordare o scoprire l’orrore. In linea teorica dovrebbe servire ad evitare che riaccada anche se nella realtà è già riaccaduto in altri luoghi e per come vanno le cose temo proprio riaccadrà ancora.

Il genocide museum o S-21 mi colpisce già da fuori, mi incute timore.
Circondato da filo spinato, grigio, brutto, mi ricorda un edificio visto su una vecchia foto di Chernobyl, mi sembra rimasto lì dopo un olocausto atomico, senza vetri, anonimo.

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Le prime stanze che visito mi impressionano. Danno i brividi. Erano aule di scuola, luoghi di insegnamento. Ora sono vuote, spoglie, con al centro solamente la struttura di un letto senza materasso, solo la rete e al muro una foto di quello stesso letto come lo hanno trovato i vietnamiti appena presa Phnom Penh. Sopra un cadavere mutilato e sotto una pozza di sangue.

Entro nella prima stanza, poi nella seconda, poi in quella dopo, tutte uguali e già mi devo fermare. Guardo il prato di fronte a me e prendo fiato. In queste stanze sono state torturate migliaia di persone. Fermo, al centro della stanza, da solo qualche brivido mi corre lungo la schiena. Sono convinto che anche nei luoghi rimanga una traccia, un energia, un qualcosa di quello che è accaduto rimane nei muri e nelle cose.

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Il piano sopra è dedicato alle donne. Scopro dei matrimoni forzati, qualcosa che non sapevo. Facevano sposare due sconosciuti al solo scopo di procreare. La cerimonia avveniva di notte, dopo una lunga ed estenuante giornata di lavoro di circa 12 ore e durava pochi minuti. Tutti in fila, magari anche 100 matrimoni alla volta, uno dopo l’altro, tutti con il vestito nero dell’uomo nuovo.
Ci sono testimonianze raccolte recentemente di donne e uomini che hanno dovuto sposarsi in questo modo. Sposarsi così era davvero umiliante, ma era Angkar a volerlo, ovvero la divinità suprema del partito, il partito stesso, ed era con la sua autorizzazione che ci si sposava.

Sono rimasto particolarmente colpito dal racconto di una di queste donne. Dopo essersi sposata è andata a vivere assieme al marito, un estraneo, ma un bravo uomo. Per 10 giorni hanno dormito nello stesso letto, schiena contro schiena, senza parlarsi mai per tutti i 10 giorni. Poi le spie hanno iniziato a notare che i due non si accoppiavano. Si veniva spiati e se non si procreava si veniva ammazzati. I due hanno così deciso di accoppiarsi per non essere uccisi. Lei è rimasta incinta. Alla fine sono stati assieme tutta la vita, hanno fatto tre figli, non si sono separati mai per loro. Lei prova affetto e compassione per il marito per via di quello che hanno passato assieme, ma non ha mai provato amore. Mai. E lo rimpiange.
Altre hanno avuto meno fortuna. Alcune erano già innamorate di qualcuno e si sono dovute sposare con vecchi Khmer Rossi che le trattavano come puttane. Una subito dopo il matrimonio si ritrovava immobilizzata da due donne mentre il marito la violentava. Molte di loro avevano 15 o 16 anni.

Peraltro il partito non provvedeva a loro, lavoravano anche durante la gravidanza, ricevevano le stesse 2 misere razioni di riso al giorno che ricevevano tutti perciò una volta nato il bambino non erano neppure in grado di allattare.

Altra cosa che mi impressiona è il genitore che teme il figlio divenuto spia, come nel libro “1984 di Orwell”. Commovente il racconto di un genitore che teme di perdere l’amore del figlio.

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In un altro edificio sono esposte le foto. Ad ogni detenuto veniva scattata una foto con un numero, tutto era catalogato. Sono tantissime e colpisce la varietà delle espressioni. Alcuni sorridono, sembrano fiduciosi, altri hanno espressioni cattive, incazzate, molti hanno espressioni rassegnate, incredule, alcuni quasi neutre. Sono tutti morti.
Mi colpiscono un paio di foto, una in particolare. E’ un ragazzo giovane e ha un espressione irriproducibile, che colpisce. Non ho mai visto un espressione così, và oltre il terrore. Non saprei trovare un aggettivo. Mi viene in mente la faccia di un animale quando è braccato, ma neanche. La faccia di quegli animali al macello che sanno, quelli che hanno capito, quegli occhi spalancati mi hanno rapito. Mi sono immedesimato e mi è venuto da piangere. Io una cosa così non la posso neanche immaginare. Incredulo, terrorizzato, la foto ha una forza sua. Ti cattura. Non vuole morire. Non vuole essere lì. Non capisce.

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Poi ci sono i teschi. Spaccati. Rotti. Alcuni con un grosso buco in testa, presumo provocato da un piccone. Non si usavano pallottole, troppo preziose. Bastonate. Picconate. Botte. I bambini infilzati con una baionetta o sbattuti contro un albero.

Ci sono le foto del campo di sterminio a 15 Km dalla città, delle fosse comuni quando sono state scoperte e aperte. Cumuli di ossa. Teschi e ossa. Mucchi. Montagne.

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I detenuti venivano torturati per estorcere una confessione. Confessare di essere antagonisti del regime, di lavorare per la cia, complottisti. Dopo le torture peggiori molti confessavano, altri no, ma la sorte era la stessa per quasi tutti. Su 20.000 persone circa passate per l’S21 paiono esserne uscite circa 180, ma i numeri non sono certi. Si veniva fustigati e poi sulle ferite veniva passato un misto di sale e peperoncino. Strappate le unghie. Elettroshok nelle orecchie e nelle parti intime. Per le donne stupri e benzina nella vagina per poi dare fuoco. Tagli con lame. Nel cortile si trova un grosso quadro usato per fare la ginnastica a cui venivano appesi i detenuti per le braccia, dietro la schiena, fino a che non svenivano. Poi gli si metteva la testa dentro delle otri piene di fertilizzante che li facevano rinvenire e si ricominciava. Uno strumento di ginnastica trasformato in strumento di morte, una scuola trasformata in un centro di detenzione e tortura. Templi e scuole convertiti in magazzini. Sistematica distruzione di istruzione e cultura.

Poi ci sono i racconti della presa di Phnom Penh e della sua successiva evacuazione. I Khmer rossi entrano a Phnom Penh da eroi, la guerra civile è finita!! La gente li acclama.
La gioia dura poco, dopo poche ora arriva l’ordine di evacuare la città, mentono alla popolazione, la città và evacuata perchè presto sarà bombardata dagli americani.

2 milioni di persone verso le campagne.
La capitale una città fantasma.

La commovente testimonianza di un uomo racconta meglio di tutte l’atrocità di quell’evaquazione. Non voleva andarsene, ha tre figli, vive lì. Poi vede tre uomini al suo fianco essere fucilati. Non volevano andare neanche loro.
Si convince e parte con la famiglia. Dopo poco è notte, non c’è una luce, buio pesto.
Trovano un posto dove cucinare del riso, una casa, è sporco, cadaveri in giro. Il giorno dopo al figlio piccolo viene la diarrea, non si possono fermare, il figlio muore. Lo seppellisce ai bordi della strada e continua, non ci si può fermare e lui ha altri figli.

Io però mi fermo. Cosa avrà provato quest’uomo? Io non lo saprò mai. La vita continua sempre e comunque. Ma io cosa ne sò? Tutto è relativo ed i miei problemi nella vita quali sono?

La cosa che mi fa stare male più di tutto non è vedere l’orrore del passato. Quello che fa più male a me è sapere che queste cose, questa sofferenza, in modi diversi ed in diverse parti del mondo si ripete ogni giorno; e’ un ciclo senza fine. Ed io vergognosamente vivo la mia vita nell’indifferenza come la maggior parte degli esseri umani nati nella parte buona del mondo. Mi indigno. Ci sto male. Poi continuo a vivere la mia vita. Come tutti.
In una vergognosa indifferenza.

 

Quella del genocidio Cambogiano è una storia davvero complessa, che mi ha colpito molto fin dalla prima volta che ne avevo sentito parlare. Se volete saperne di più vi consiglio il libro Fantasmi, di Tiziano Terzani, dove la storia e l’ideologia alla base di questo genocidio commesso da cambogiani su altri cambogiani è spiegata a mio parere molto bene. Una storia di lucida follia, quella di Pol Pot, che ha tentato di creare una società nuova e vergine nel modo più veloce e brutale possibile. Una storia che credo sia giusto conoscere.

Claudio
Fotografo, VideoMaker e batterista fallito. Vivo in costante movimento spostandomi da un posto all’altro senza avere ancora mai trovato il mio di posto. Ho vissuto e lavorato in Australia, Nuova Zelanda, Slovacchia, Italia e Islanda.  Amo viaggiare in moto nel sud-est asiatico, il caffè con la grappa e le lunghe passeggiate in montagna.

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