Myanmar

Viaggio in Myanmar – Due giorni a Yangon

 

Fare il visto per il Myanmar a Bangkok

Andare in Myanmar non era proprio nei miei piani, ma come al solito, i piani sembrano fatti per essere sconvolti e distrutti in mille parti. E anche questa volta sembra succedere proprio così.

Fare il visto per il Myanmar a Bangkok è facilissimo. L’ambasciata si trova un po lontano dalla zona delle altre ambasciate, aperta da lunedi a venerdi dalla 9 alle 12 per il Visa Application e invece dalle 15.30 alle 16.30 per andare a recuperarlo.

Non andateci col bus numero 15 da Khao San (ci ho messo come andare da Milano a Genova, il ritorno in barca è andato molto meglio) All’entrata consegnano un foglio da compilare in ogni parte, se non avete le fototessere (ne servono due) ve le fanno sul momento e sono anche economiche, io le ho pagate 100 bath in più in centro.

La signorina allo sportello sequestrandomi il passaporto ha chiesto se il visto volevo venirlo a ritirare il giorno stesso, l’indomani o dopo tre giorni… Sul momento l unica cosa a cui riuscivo a pensare era che mi stava fregando il passaporto, ma dopo la terza volta che insistentemente ripeteva sempre la stessa domanda, ho sbottato un “domani”! aggiungendo poi che volevo almeno delle fotocopie del mio passaporto.

1350 bath, e mentre pagavo cominciavo a ragionare sul fatto che l’oggi, il domani e il tra tre giorni potessero avere differenze di prezzo. E infatti se avessi aspettato tre giorni avrei pagato sugli 800 bath. Mica s’è degnata di dirmelo la simpatica stronzetta.
Il giorno dopo il mio visto era pronto.

 

Arrivare in Myanmar

Volare a Yangon da Bangkok con Nok Air a volte è meno costoso e sicuramente meno impegnativo che farsi la strada via terra. Dopo aver prelevato i contanti allo sportello del bancomat in aeroporto, ho radunato un gruppetto di persone che come me voleva raggiungere il centro.

E così ecco che un italiana, due ragazze della Danimarca e un irlandese contrattavano tutti insieme il prezzo del taxi. 4000 Kyats a testa.

Il taxista, sposato con due figli, è stato un ottimo incontro. Parlava un ottimo inglese ed è stato una buona guida durante il tragitto verso la città. Mi sono fatta lasciare davanti all’ostello dove soggiornava il ragazzo irlandese e ho proseguito a piedi per un buon kilometro e mezzo. Avevo voglia di iniziare a respirare un po di Myanmar.

Questo il biglietto da visita del mio taxista, se dovessi tornare in Myanmar lo ricontatterei, perchè non è facile trovare una persona preparata con i turisti come lui.

Piccioni appollaiati sui cavi elettrici per le strade di Yangon

Arrivando dalla Thailandia, rimane quest’ultima il paragone più prossimo. E la prima cosa che ho notato è che la maggior parte delle macchine, taxisti compresi (anche il nostro amico) non usano l’aria condizionata, ne tantomeno il tassametro.

Ton ci ha spiegato che la gente di qui non si fida delle macchine e degli aggeggi elettronici in generale. Preferiscono contrattare una corsa, scrivere su un foglio o fare i calcoli a mente. Come dargli torto?

La seconda cosa che ho notato sono i loro sguardi e i loro sorrisi. Si dice che i Thailandesi siano il popolo del sorriso. Già, perché la maggior parte delle persone non ha conosciuto i birmani!

Se la devo proprio dire tutta, e la voglio dire, sono ormai più che convinta che il popolo thailandese è il popolo del sorriso solo quando gli si sventola davanti agli occhi banconote colorate. Va bene, non facciamo di tutta l’erba un fascio, ma il primo anno è fantastico venire in Thailandia, il secondo cominci a vedere cose che durante il primo non vedevi e al quinto anno è palese.

Questo solo per paragonare i due popoli, il primo purtroppo ha spesso il ghigno di chi ti sta guardando come se tu fossi una banconota che cammina, il secondo invece ti sta guardando come un essere arrivato da un altro pianeta. Alcuni salutano felici, altri più timidi si aprono in un sorriso, ma tutti se possono ti aiutano a trovare la strada giusta . I più anziani parlano un buon inglese, mentre i più giovani si aiutano a gesti.

Ton ci ha detto che negli ultimi anni si stanno costruendo palazzi come se non ci fosse un domani, questo popolo così povero, ma così bello, finirà per diventare come il suo vicino di casa. Diventeremo banconote che camminano anche qui.

 

La Shwedagon Pagoda

“In che giorno della settimana sei nata?” mi domanda il taxista. “Martedì” “Alllora sei del leone!” Ed è una cosa da tenere a mente quando si arriva alla Shwedagon Pagoda.

Fedeli alla Shwedagon Pagoda

Ho fatto tutto il giro del tempio ed alla fine l’ho trovato, il luogo dove tutti quelli che nascono di martedì pregano. Ce ne sono 8, uno per ogni giorno della settimana, tranne il mercoledì che è diviso tra il mattino e la sera.

L’acqua del rubinetto continua a scorrere e io con una piccola ciotola d’argento devo versare per 9 volte con la mano destra l’acqua sul corpo del budda o sul leone sotto di lui. Poi il rituale continua donando fiori e accendendo candele, inchinandosi e pregando tantissimo. E’ il primo tempio dove non vedo giri strani di soldi.
Il prezzo è decisamente turistico e non invoglia l’entrata, ma quegli 8000 Kyats invece, a parer mio, sono stati proprio spesi bene, perché dentro è un miscuglio di sensazioni particolari. I colori al tramonto rilassano gli occhi e la pagoda dorata assume quella qualità di nucleo, diventa il centro di quel piccolo mondo che attrae a se gli occhi e le preghiere di tutti.

Fedeli in preghiera alla Shwedagon Pagoda

Per andare alla Pagoda ho preso il bus, ed è stata un impresa! Questi minibus non hanno neanche lo spazio per le gambe, sono costruiti per gente minuta e non tanto alta. Su ogni bus c’è un pazzo che a ogni fermata urla le tappe successive del proprio bus.

Quasi in corsa i birmani scendono e salgono e chi rimane sul bus continua il proprio giro sulla giostra. Tenersi ben stretti al sedile davanti è un dovere, se si vuole scendere con tutti i denti ancora integri attaccati alle gengive. Ma è un esperienza da provare. Il ritorno l’ho fatto a piedi, di sera, poche luci, ma fattibile.

 

Un giro per Yangon

Yangon è particolare, c’è a chi piace e chi no, chi la vede solo come una città come tante altre e chi la trova affascinante. Io personalmente me la sono gustata molto. Orientarsi è abbastanza facile, le vie sono numerate, non ci si puo sbagliare.

Il giornalaio

Le strade principali sono invece intasate di traffico, come deve essere una importante città asiatica. Le fogne sono spesso a cielo aperto, ma non ho sentito particolari odori, se non quelli classici asiatici. Alcuni marciapiedi sono percorribili solo in fila indiana.

Aloe vera venduta sulle strade dissestate di Yangon

Di vita e colore si riempie la città al mattino. Fanno sorridere le loro piccole sedioline su cui si siedono per fare la colazione con latte, the e pane. Sono le stesse sedie che avevo io all’asilo, di plastica colorate.

Al mercato qualcuno non ha neanche quelle ed espone la propria merce per terra, sopra dei teli o dentro delle grosse ciotole di alluminio. I pesci e i polli sono buttati li, senza neanche un po di ghiaccio per poterli tenere al fresco e ogni tanto qualcuno passa con un grosso carrello e tutti i commercianti che si sono posizionati in mezzo alla strada si devono spostare.

Tra urla e odori arrivo alla fine del mercato, e senza volerlo mi ritrovo sulla via delle bancarelle che espongono pezzi di ricambio, materiale elettrico, chi vende chiodi, bulloni, viti, chiavi inglesi, tutti sistemati cosi vicini che gli occhi fanno fatica a distingue una cosa dall altra.
Polvere. La parola si è insediata ovunque, fuori e dentro di me accompagnandomi per tutto il viaggio. Non solo a Yangon. Il Myanmar è polvere.

Una massa di terra arida, sabbia, piccolissime particelle incoerenti che si stendono al suolo, ma che il vento facilmente in un soffio può sollevare e portare fin dentro le nostre narici.

Di polvere diventano i nostri vestiti, i tavolini del ristorante, i tetti delle case, ma ho notato una certa attenzione nel popolo birmano a mostrare la cura nelle proprie cose, dopo una corsa in taxi ho visto birmani pulire fischiettando, con uno straccio umido, tutta la carrozzeria della macchina, al bar qualcuno ha dovuto pulirmi un pacchetto di patatine completamente sommerso di polvere.

Passa un camion e gli occhi si riempiono di polvere, ma non basta per illudere e distorcere la realtà. Il Myanmar è cosi come lo si vede, anche con la polvere negli occhi. Semplice.

Venditrice di strada con grandi doti da equilibrista al mercato

 

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Valentina
Innamorata dell'Australia e della Thailandia. Allergica alla frutta secca. Mi piace viaggiare per lunghi periodi, con workaway o qualche lavoro a breve termine. Scrivo per ricordarmi le cose che faccio perchè ho una memoria orribile.

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