Australia

Great Ocean Road e l’invasione Nipponica

i 12
I 12 Apostoli

La Great Ocean Road

La Great Ocean Road è una delle strade più famose e visitate d’Australia e pare essere una di quelle cose che non si può non vedere se si passa di qui.
La strada si snoda per circa 200 Km da Port Fairy a Torquay, la capitale Australiana del surf a due passi da Melbourne e percorrendola si incontrano i famosi 12 apostoli, che sono, come Ayers rock, uno dei simboli dell’Australia.
Di questa strada ne abbiamo sempre sentito parlare un gran bene ed è considerata una delle più belle del mondo, alcuni ne sono rimasti folgorati, per altri è la cosa migliore cosa che abbiano visto in Australia.
Noi su questa strada ci abbiamo passato gli ultimi 2 giorni, percorrendola tutta e si, ci è piaciuta, ma non ci ha fatto impazzire.

 

Come arrivare ai 12 Apostoli

Molti arrivano a Melbourne, affittano una macchina o un van e percorrono la strada da Est a Ovest, noi invece arrivando dal South Australia la percorriamo in “senso contrario” da Ovest a Est.
Appena imboccata la Great Ocean Road, dopo pochi chilometri si incontra Port Fairy, graziosa cittadina in stile anglosassone dove pranziamo nella bella area Pic Nic. Abbandoniamo Port Fairy e dopo un breve pit stop a Warrnambool ci dirigiamo direttamente a Port Campbell, arrivandoci a pomeriggio inoltrato.
Port Campbell è un tranquillo paesino che si affaccia su una delle poche spiagge balneabili della zona e deve la sua fortuna turistica alla vicinanza con i 12 apostoli .
Decidiamo di non passare la notte nella seppur comoda macchina e piantiamo cosi’ la tenda nella piazzola dell’unico campeggio in un tempo record inferiore ai 2 minuti e sotto lo sguardo allibito di una coppia inglese in severe difficoltà con il montaggio della propria. Dopo aver comprato 2 bottiglie di buon vino con le quali intendiamo passare una piacevole serata in spiaggia ci dirigiamo ai famosi dodici apostoli per il tramonto.

 

L’entrata

Quando arriviamo quello che abbiamo davanti agli occhi ci lascia basiti. Il parcheggio è enorme e completamente asfaltato, imballato di macchine che neanche quello del centro commerciale la vigilia di natale e ci sono addirittura gli omini che dirigono il traffico. Scesi dalla macchina la situazione peggiora.
Adiacenti al parcheggio si trovano le piattaforme di decollo e atterraggio di tre grossi elicotteri che a getto continuo caricano e scaricano gente per il tour panoramico di 10 minuti che sorvola la costa.
Un po’ frastornati ci mettiamo in cammino verso il primo lookout passando persino attraverso un sottopassaggio in un atmosfera surreale, un sacco di gente eccitata armata di macchina fotografica, bambini urlanti e elicotteri che rombando ti passano sopra la testa. La sensazione è di trovarsi in mezzo tra l’entrata di Gardaland e un accampamento militare americano in Vietnam. Mentre percorriamo i 500 metri circa che ci dividono dal lookout ci iniziamo ad accorgere di ciò che diventerà quasi un incubo nel corso dei due giorni successivi, la massiva e tuttora inspiegabile presenza di giapponesi, che numerosissimi sono quasi ovunque.

Un elicottero nel cielo colorato dal tramonto

I 12 Apostoli

Una volta raggiunto il punto panoramico finalmente li vediamo, in tutto il loro splendore, i 12 Apostoli.
La vista da qui, nonostante il contorno poco poetico, è veramente mozzafiato e regala nonostante tutto emozioni. Questo spettacolare tratto di costa una volta interamente sommerso dal mare è venuto alla luce dopo l’abbassamento del livello degli oceani avvenuto dopo l’ultima glaciazione circa 5 milioni di anni fa. Poi nei millenni l’incessante lavoro del mare e del vento, ha levigato la costa fino a darle la forma che ha oggi.
La combinazione tra agenti atmosferici (da queste parti particolarmente incazzati) e rocce di una consistenza molto blanda (ci si può incidere il proprio nome con le unghie volendo…) fanno si che questa costa sia in continua e costante evoluzione. Osservando alcuni “apostoli” si ha la sensazione che potrebbero crollare da un momento all’altro. Guardando queste magnifiche rocce, così belle e così fragili, e l’incessante lavoro di erosione del mare ci si immedesima in loro. In fondo anche noi siamo fragili e in balia degli agenti atmosferici.

Nella nostra società e con il nostro modo di vivere sempre più disconnesso dal naturale ritmo delle cose anche noi siamo, proprio come queste rocce sotto il costante attacco di violente onde. Lo stress, il lavoro, i problemi, una vita sempre di corsa, ma anche le gioie, le belle storie, tutto nel bene e nel male agisce su di noi e lascia un segno.
Noi diciamo che il tempo passa o forse siamo semplicemente noi a passare e proprio come queste rocce siamo destinati a consumarci. Cerchiamo allora di goderci ogni attimo senza opporci troppo all’azione del tempo che agisce su di noi, ma cercando, dato che non siamo rocce, di spostarci magari verso coste un po’ più tranquille dove i venti sono meno forti ed il mare più calmo, così da consumarci meno in fretta e soprattutto più serenamente.
Cerchiamo di vivere con gioia e serenità seguendo il nostro istinto, in modo che quando “crolleremo”, lo potremo fare in pace e senza rimpianti.

Il tramonto sui 12 Apostoli

Il tramonto quando arriva è veramente spettacolare, un bel sole rosso che scende in contrasto con i nuvoloni carichi di pioggia che si avvicinano minacciosi e che ci faranno saltare la serata in spiaggia (costringendoci a bere il vino in macchina), ma che non riesce a regalarci le gioie che ci hanno regalato altri tramonti asiatici o italiani.

Dopo l’ennesima vana promessa serale di una sveglia mattutina per vedere l’alba ci addormentiamo e il nuovo giorno ci vede ancora una volta lasciare il campeggio tra gli ultimi verso le 10.

 

I simboli della Great Ocean Road

Ripercorriamo la strada per una decina di Km all’indietro per vedere gli spot che avevamo saltato il giorno prima e che non ci danno troppo emozioni. Questi spot sono, “La baia dei martiri” della quale ci è rimasta impressa la puzza di pesce marcio, “The Grotto” e “The Ark”, un arco scavato da acqua e vento.
Tra questi si trova anche il famoso London Bridge, un ponte naturale ormai crollato per metà che è uno dei simboli della Great Ocean Road.

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London Bridge

Visitiamo questi posti in compagnia dei sempre più numerosi e rumorosi giapponesi e solo sporadicamente incontriamo qualche indiano, alcuni australiani e altri rari backpackers come noi.
Quando ci si incontra ci si saluta in una sorta di solidarietà tra minoranze etniche.
Superata di nuovo Port Campbell si incontra Loch Ard Gorge, uno degli spot più spettacolari insieme agli apostoli. Quì attraverso un breve sentiero si può arrivare ad uno spettacolarissimo lookout sulla scogliera a picco che sovrasta un altro paio di strutture rocciose rimaste solitarie in mezzo al mare, di cui una veramente grossa e dalla forma allungata. Oltre a ciò si può anche scendere attraverso una scalinata in una piccola caletta sabbiosa che è l’unica spiaggia balneabile insieme a quella di Port Campbell. Davvero spettacolare questa piccola spiaggia! Si affaccia su un tratto di mare che è quasi una piscina incorniciata dalle alte scogliere a picco che si chiudono di fronte a lei impedendo alle impetuose onde di arrivare fin qui e rendendo le sue acque relativamente calme.

Caletta a Loch Ard Gorge

Tornando verso il parcheggio possiamo inoltre assistere alla certosina pulizia dei piedi giapponese. Tutti ma proprio tutti, dopo la risalita dalla spiaggia si dedicano a questa delicata operazione che alle volte richiede anche (parlo seriamente) svariati minuti. Alcuni, chinati e concentrati come un orafo intento a incastonare un prezioso diamante in un anello destinato al papa, sembrano voler rimuovere anche il più piccolo granello finito sotto un unghia.

Loch ard gorge

 

Di ritorno ancora ai 12 Apostoli e l’invasione nipponica

La mia attenzione, quando ci rechiamo per la seconda volta ai 12 Apostoli è oramai quasi tutta per loro, i giapponesi. Lì la situazione non è cambiata, anche di giorno il parcheggio è pienissimo e noi dopo aver trovato posto ci fermiamo ad osservare gli elicotteri che vanno e vengono. Anche qui lo spettacolo offertoci dai giapponesi è esilarante. Sono praticamente solo loro a salire e scendere dagli elicotteri e quando uno di questi atterra un paio di stuart si occupano di far scendere velocemente chi ha finito il tour e di far salire i nuovi partecipanti.
Il compito degli stuart è quindi di sgomberare in fretta la pista di atterraggio in modo che l’elicottero possa ripartire ma farlo in fretta non è facile in quanto ogni giapponese vuole la sua foto con elicottero rombante alle spalle.

In un tripudio di sciarpe e cappelli svolazzanti, i giapponesi si divincolano abilmente dai poveri stuart e cercano in ogni modo di avere la loro preziosa foto. Sull’immagine di una insospettabile signora di sessant’anni che viene portata via praticamente di peso dallo stuart esplodo e decido di passare lì la mia giornata. Dopo un po’ vengo anche io trascinato via a forza dalla Vale.

Quello che abbiamo potuto notare è che ai nostri simpatici amici nipponici piace fare le foto, le foto dei posti visitati ma soprattutto le foto di loro con i posti visitati.
La tipica famiglia giapponese in vacanza si presenta così: capo famiglia agitatissimo che con attrezzatura fotografica al top (macchina fotografica ultraprofessionale con obbiettivi così grossi che neanche i fotografi ufficiali al gran premio della Motogp a Philip Island) ordina alla famiglia dove mettersi in posa per la prossima foto.
Famiglia al seguito armata di almeno uno Smartphone di ultimissima generazione a testa molti dei quali kittati con l’asta per farsi gli amatissimi “selfie”.
Si fanno foto con qualsiasi cosa e sempre accompagnati da una inverosimile agitazione tipica di colui che arriva in stazione all’ultimo minuto e sta per perdere l’ultimo treno utile per tornare a casa.
La foto, una volta designato lo sfondo non è cosa facile perchè deve essere fatta in tutte le combinazioni possibili.

Se ad esempio prendiamo una tipica famiglia composta da Capo famiglia con moglie, nonna e due bambini bisognerà allora considerare che successivamente ad una foto di gruppo tutti dovranno poi fare la foto con tutti in tutte le possibili combinazioni, nonna con nipoti, solo nipoti, solo mamma, solo capo famiglia con foto scattata dalla moglie sotto suoi precisi ordini, moglie con marito, moglie con nonna e così via.
Un incubo.

Anche la scelta dei soggetti da fotografare a volte lascia allibiti. La scena che mi è rimasta più impressa è quella di una signora che, indossando un cappello che neanche la regina Elisabetta ad un Gay Pride e sotto l’effetto di un potente cartone di LSD avrebbe mai indossato, si fa fotografare davanti ad un anonimo cespuglio a pochi passi da uno dei lookout più spettacolari sui 12 apostoli.

Comunque tra grasse risate proseguiamo il nostro tour, un altro paio di foto agli apostoli di giorno e poi ci rechiamo alla “Gibson Step”, una scalinata che permette di scendere alla spiaggia che si osserva dall’alto dai lookout dei 12 apostoli.
Scendere qui è una tappa che consigliamo, molto suggestivo passeggiare lungo la spiaggia sotto queste imponenti e altissime scogliere e osservare da vicino il turbolento mare all’azione. Il rombo del mare e del vento sempre presente ci costringe a parlare ad alta voce.

Su questa lunga spaggia ci si sente davvero piccoli

Completato il giro in spiaggia lasciamo definitivamente il 12 Apostoles Marine Park e rimontiamo in macchina in direzione Apollo Bay.

 

Apollo Bay

Dopo pochi chilometri il panorama cambia completamente e la strada si inoltra in una fitta foresta pluviale. Qui è anche possibile fare alcune facili camminate nella foresta e visitare un piattaforma oscillante che dovrebbe permettere di osservare la foresta dall’alto. Noi non ci fermiamo anche perchè piove e concludiamo la giornata con un enorme fritto misto ad Apollo Bay.
Mentre ci mangiamo l’indimenticabile frittura scoppia un forte temporale e dopo di esso appare l’immancabile arcobaleno australiano. Uno dei giapponesi che ci circondano anche qui (capofamiglia), irrompe di corsa e gridando nel ristorante, tanto che noi per un attimo pensiamo ad una rapina. Ci rendiamo poi conto che sta semplicemente correndo a prendere la macchina fotografica e ad avvisare la famiglia dell’incredibile fenomeno naturale. In un attimo il locale è vuoto. Solo un grassoccio amico nipponico rimane al tavolo a mangiarsi la sua pizza. Si guadagna con ciò tutta la mia stima e diventa il mio eroe di giornata.

Concludere la Great Ocean Road

Il giorno dopo percorriamo quel che ci resta della Great Ocean Road che ora diventa una strada finalmente panoramica e tutta curve a picco sul mare. Si perchè questa in realtà non è una strada panoramica ma per la maggior parte della sua lunghezza corre a qualche centinaio di metri dalla costa e raramente si vede il mare dalla strada.
In ogni caso la strada prosegue senza particolari highligts e ci fermiamo solamente a Kennet Bay dove si possono ammirare da vicino i pigrissimi Koala e una comunità di coloratissimi pappagalli che vengono senza paura a mangiare dalle tue mani. Ci fermiamo anche a Lorne per un pranzo e concludiamo con una visita a Bells Beach, a Torquay, la spiaggia di Point Break con Keanu Reeves e Patrick Swayze 

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La famosa Bells beach

 

 

Tags : 12 apostoli
Claudio
Fotografo, VideoMaker e batterista fallito. Vivo in costante movimento spostandomi da un posto all’altro senza avere ancora mai trovato il mio di posto. Ho vissuto e lavorato in Australia, Nuova Zelanda, Slovacchia, Italia e Islanda.  Amo viaggiare in moto nel sud-est asiatico, il caffè con la grappa e le lunghe passeggiate in montagna.

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